29 gennaio 2008

Universita' blindata

da "il manifesto" del 18 gennaio 2008 - articolo di Stefano Milani
Una Sapienza in assetto militare
Università presidiata da carabinieri e polizia. Gli studenti protestano ma rimangono fuori

Mancava solo il filo spinato e il cartello ad avvertire il «limite invalicabile». Per il resto c'era tutto. C'erano i poliziotti in tenuta antisommossa a presidiare ogni varco. C'erano i blindati col motore acceso pronti a caricare. C'erano gli elicotteri a controllare tutti dall'alto. Ma, soprattutto, c'era un'aria tesa, un clima surreale. Erano anni che non si vedeva la Sapienza militarizzata in questo modo. E forse così non lo è mai stata, neanche guardando al '77.Perché nonostante il papa abbia fatto marcia indietro e declinato l'invito accademico, per la prima università della capitale non è cambiato nulla. Doveva essere blindata, e blindata è stata. Come da programma. E allora: si entra solo esibendo il tesserino universitario e con un documento di riconoscimento. Gli studenti sono colti di sorpresa, anche chi chiedeva semplicemente di poter andare a frequentare le lezioni o sostenere esami. Niente, «disposizione dall'alto», rispondono laconici gli agenti. E' il jolly dell'ultima ora uscito dal mazzo del rettore Renato Guarini. Una «ritorsione bella e buona» secondo gli studenti dei collettivi, in risposta allo «smacco» del rifiuto papale.Ma anche per chi riesce a varcare la soglia dell'università lo scenario rimane immutato. Nei viali interni alla cittadella una ragnatela di transenne antipanico limita gli spostamenti dei pochi studenti presenti in zona e delimita uno spazio di sicurezza dietro e davanti il rettorato, intorno alla statua della Minerva. Sono le 11 e all'interno dell'Aula Magna Mussi e Veltroni sono impegnati a parlare di Laicità e Sapere. Fuori, accanto alla facoltà di Giurisprudenza, qualche decina di militanti di Azione giovani, l'organizzazione studentesca vicina ad Alleanza nazionale, inneggia slogan pro Ratzinger. Saranno gli unici cori consentiti all'interno dell'università.Perché chi dissente dal cerimoniale ufficiale rimane fuori. Faccia a faccia con gli agenti in tenuta antisommossa, schierati in difesa di non si sa bene cosa. «Terroristi» e «sanguinari», come molta stampa li ha definiti in questi giorni, rei di aver impedito al pontefice di inaugurare l'anno accademico. Bloccati all'entrata di via De Lollis per «ragioni di ordine pubblico». Sono i collettivi universitari e la Rete per l'autoformazione, organizzatori della protesta, a cui si sono aggiunti anche i Cobas (con Piero Bernocchi in testa), i No Vat, Megafono Rosso, i centri sociali e i comitati di lotta per la casa.C'è anche il deputato del Prc Francesco Caruso, che ottiene il permesso di andare a parlare con Guarini per chiedere l'apertura dei cancelli. A tutti però, studenti della Sapienza e non. «La decisione è della questura», risponde frettolosamente il Magnifico. «E' quanto richiesto dal rettore», lo sbugiarda il commissariato di polizia.In questo contesto tragicomico, tutto rimane immobile. E gli studenti restano fuori, con i loro cori e i loro striscioni di dissenso. «Imbavagliare la critica uccide l'università», urlano. «Quello accaduto oggi è un fatto gravissimo», dice Giorgio Sestili del coordinamento Collettivo, perché «nel fare entrare solo gli iscritti della Sapienza si è chiuso un luogo che è pubblico. Alla protesta avevano aderito anche associazioni e organizzazioni venuti da altre università. Così si impedisce alle persone di esprimere il loro dissenso, una cosa del genere non si è mai vista nemmeno negli anni più bui della nostra storia».Ma il rettore fa orecchie da mercante e rimane fermo sulle sue posizioni. «Mi sono rifiutato di discutere le ragioni di estremisti che cercano di istigare al disordine e all'odio senza nessun ideale e suggerimento costruttivo», dirà in tarda serata e solo quando, dentro e fuori l'ateneo, sarà tornata la calma.Unica concessione, un breve corteo intorno alla città universitaria. Sempre sotto lo sguardo vigile delle forze dell'ordine e per il tempo necessario a far uscire Mussi e Veltroni dall'ateneo scongiurando così spiacevoli contestazioni. Che però arrivano lo stesso. Solo nel primo pomeriggio torna la calma. A piazzale Aldo Moro si riaprono i cancelli e gli studenti possono così rientrare all'interno della cittadella senza alcun controllo e lasciando in tasca il tesserino. Così come i ragazzi dei collettivi che, finita la «Frocessione» per le strade di San Lorenzo, hanno potuto rivedere la statua della Minerva al grido di «ci riprendiamo l'università».

Luis Sepulveda solidarizza con gli studenti de La Sapienza

Lo scrittore cileno Luis Sepulveda, autore di romanzi come "il vecchio che leggeva romanzi d’amore" e "Patagonia express", ha appoggiato le proteste degli studenti e dei professori dell'Universita' romana La Sapienza contro la visita del papa, scrivendo da Gijon (città delle Asturie, in Spagna) un articolo pubblicato sull’edizione cilena di "Le monde diplomatique". L’articolo può essere letto in lingua originale a questo indirizzo:
http://www.lemondediplomatique.cl/Eppur-si-muove.html

Ecco la traduzione dallo spagnolo:


EPPUR SI MUOVE (in italiano nel testo)

Si sa che gli anziani hanno regressioni mentali che li portano, talvolta, ai tempi più felici, pieni e
intensi della loro vita. Qualcosa del genere deve essere successo a Ratzinger quando ha affermato che all’epoca di Galileo la chiesa fu più fedele alla ragione che lo stesso Galileo.

Talvolta torna ai felici anni da inquisitore, durante i quali infierì, per esempio, contro i difensori della Teologia della Liberazione, quel puro esercizio della ragione che diceva di mettersi accanto ai poveri.
Oppure, peggio ancora, è possibile che le sue regressioni mentali lo riportino ai tempi della Gioventù Hitleriana, quando la ragione del cattolicesimo accettava e dava per buona la fandonia su cui si basa il nazismo: " da dio al re, dal re al popolo e dal popolo al fuhrer."

L’Università di Roma, in un’ impeccabile dimostrazione della forza che può e deve avere la società civile e laica, ha obbligato il Vaticano a sospendere una visita papale inesplicabile, perché se esiste al mondo un luogo che deve rimanere libero da fandonie, dogmi e superstizioni, questo è la Università.
[…]
L’esempio di ciò che è successo a Roma dovrebbe aprire la strada a una serie di risposte a domande che da molto tempo stanno nell’aria e che però, o per calcoli elettorali o per un abbassare la testa politicamente corretto, non si pronunciano a voce alta.

Alcune di queste domande a cui non si dà risposta sono: "fino a quando possiamo tollerare che orde di superstiziosi offendano la dignità delle donne attaccando le cliniche nelle quali si pratica l’aborto e che compiono con scrupolosità legale l’esercizio di un diritto?
E fino a quando permetteremo che un miserabile con la sottana si permetta di paragonare l’omosessualità con la pedofilia?
E fino a quando tollereremo che il clero si autodefinisca paladino dei Diritti Umani e affermi che il laicismo, essenza della democrazia, li mette in pericolo?"
Non possiamo concedere autorità e non possiamo permettere che si dia tanto ascolto, quando si parla di sesso, a persone che hanno rinunciato ad esso e che vedono esso unicamente come funzione riproduttiva.
Non possiamo permettere che i Diritti Umani siano invocati da coloro che non solo chiusero gli occhi quando essi venivano violati, ma che li aprirono molto bene per vedere il male che facevano i criminali, e per ottenere da essi una ricompensa in cambio del silenzio.

Questo fece la Chiesa cattolica nella Spagna di Franco, questo fece Pio XII durante il nazismo, così fece la Chiesa cattolica benedicendo i bombardamenti in Vietnam, questo fu il comportamento della Chiesa cattolica argentina, quando assolveva i torturatori prima e durante la "missione purificatrice" nelle carceri segrete.

Con il suo esempio, l’ Università di Roma ci dice che la difesa dello Stato aconfessionale e laico torna d essere un compito urgente, perché il laicismo è l’ultima cosa che ci rimane per preservare questa erie di conquiste che si chiamano Diritti Umani e Libertà.

IL costante indebolimento dello Stato, che a causa della globalizzazione e della conseguente politicizzazione dell’economia va cedendo funzioni (per questo si fanno le privatizzazioni) a imprese ultinazionali che non tollerano né morale né etica perché il loro unico fine è il lucro, lascia la società ndifesa e in mano alla superstizione. Non è casuale il delirio di Ratzinger nel disprezzare la ragione di Galileo. E non lo è stato neanche la ua partecipazione in videoconferenza al primo atto della campagna elettorale della destra spagnola, rganizzato dai vescovi. Niente di quello che fa la chiesa cattolica, questa gigantesca multinazionale on sede nel Vaticano, banche incluse, connessioni mafiose incluse, è casuale, e non obbedisce certo aspirazioni divine.

Il clero sa bene che l’approfondimento delle libertà della società, la conquista dei diritti civili, la
crescita dell’educazione basata sui valori e non sulle tradizioni folcloristiche, dà come frutto società itelligenti, curiose, capaci di accettare il futuro come una sfida collettiva e non come una fatalità. Ratzinger e il Vaticano potranno condannare i giovani dell’Università di Roma, (già l’ha fatto il pusillanime Prodi a modo suo), le donne che abortiscono esercitando il loro diritto a essere padrone del proprio corpo, i ragazzi che studiano educazione alla cittadinanza, i giudici che sposano fra loro persone dello stesso sesso, gli scienziati che fanno ricerca con le cellule madri, ma è evidente che, proprio come disse Galileo: eppur si muove.

Luis Sepúlveda
Gijón, 16 de enero de 2008

(traduzione di L. Pasqualini)

Visita del papa: La Sapienza si ribella - RASSEGNA STAMPA

Alla Sapienza l'urlo dei no pope
aricolo di Stefano Milani tratto da "il manifesto" del 16 gennaio 2008

«Fuori il papa dall'università». Lo slogan simbolo di questi giorni è diventato, ieri, una certezza. Sono passate da poco le cinque del pomeriggio quando la notizia del dietrofront papale giunge alle orecchie degli studenti. Sono nel bel mezzo di un'assemblea dei collettivi, rinchiusi dentro un'aula di Scienze politiche. C'è da organizzare il lavoro, pianificare gli eventi, coordinare la fitta rete di appuntamenti della «settimana anticlericale» contro l'arrivo dell'ospite indesiderato. Ad un tratto squilla un telefono. Poi un altro. E un altro ancora. Si parla di voci, indiscrezioni, semplici dicerie ancora tutte da confermare. Ma basta fare un giro di telefonate a qualche amico, raggiungere qualcuno che ha davanti un computer e un collegamento Internet per avere la conferma desiderata.«Il papa non viene più». A battere sul tempo tutti è Giorgio Sestili, del coordinamento dei collettivi della Sapienza, che quasi non ci crede quando pronuncia la frase. «E' vero, è vero, lo dicono anche i siti internet», confermano altri. «Allora è ufficiale?». «Sì, sì abbiamo vinto!». La gioia a quel punto è incontrollata. Applausi, grida, pacche sulle spalle. «Fuori il papa dall'università»: il coro parte all'istante. I primi commenti a caldo sono euforici. «Ha vinto il corpo vivo dell'università». La «vittoria della laicità contro le ingerenze della Chiesa cattolica in uno spazio pubblico dove devono dominare la ragione e il dialogo», aggiunge Giorgio. Francesco Raparelli, della Rete per l'autoformazione, si spinge più in là, definendo la giornata di ieri «un'indicazione politica per il paese contro le ingerenze della chiesa cattolica in uno spazio pubblico dove devono dominare la ragione e il dialogo».Per assaporare fino in fondo questa «vittoria storica» (così la definiscono un po' tutti) si deve partire però dall'inizio. Da una giornata cominciata per i collettivi alle nove. L'appuntamento è davanti al dipartimento di Fisica. Il programma odierno prevede dibattiti, proiezioni di film, incontri, assemblee. C'è chi prepara i panini per il pranzo anticlericale, sempre a base di vinello e porchetta, chi si occupa di tappezzare il viale interno della città universitaria di volantini e manifesti dove l'effige di papa Ratzinger impazza in tutte le salse.Tutti si danno da fare aspettando le 12. Allo scoccare della mezza basta un cenno è la protesta dai corridoi delle facoltà si trasferisce fino al cuore dell'istituzione accademica: il rettorato. L'occupazione è fin troppo semplice. Si sale un piano e si entra dentro l'aula del Senato. Nessuno se lo aspettava. Neanche il custode, preso a sistemare le piante ornamentali appena arrivate per rendere più accogliente l'entrata papale in aula Magna. Arrabbiati sono arrabbiati, ma i toni rimangono pacifici. Ferme e chiare le motivazioni: «Per un sapere, una scienza e un'università laici. Perché il sapere non ha bisogno né di preti né di padroni». E ancora: «Perché l'università è una comunità di studiosi appartenenti a diversi orientamenti culturali, scuole di pensiero, indirizzi scientifici, credo religiosi e adesioni politiche, tutti ugualmente riconosciuti senza alcun privilegio». Vogliono un incontro con Renato Guarini, il rettore in persona, affinché dia loro il consenso a poter manifestare in concomitanza con l'arrivo del papa all'università. Un tira e molla di due ore, poi finalmente l'incontro col «magnifico» che li riceve promettendogli la libertà di manifestare. Certo, non si potrà farlo liberamente, ma si dovrà restare all'interno di un'area prestabilita, tra la statua della Minerva e la facoltà di Lettere, ma agli studenti va benissimo così. Basta vedere i loro sorrisi mentre abbandonano gli uffici del rettorato. Sorrisi non paragonabili a quelli che avranno da lì a poche ore con l'annuncio della Santa Sede che per i ragazzi è una liberazione.E adesso? No papa no party? Neanche per idea, la mobilitazione continua. Con o senza Ratzinger. Ora però gli obiettivi delle proteste studentesche cambiano prospettive. Attraversano il Tevere, e dal Vaticano passano direttamente ai palazzi della politica. Ora la «calda» accoglienza spetterà al ministro dell'università Mussi e al sindaco di Roma Veltroni. «E' uno scandalo - dice Francesco - che vengano dati miliardi di finanziamenti pubblici per strutture cattoliche che si occupano di cura, di assistenza e di formazione. Veltroni e soprattutto Mussi ci dovranno comunque spiegare perché in due anni non ci sono stati passaggi significativi sotto il profilo dei finanziamenti per l'università pubblica e per la ricerca».Confermati anche tutti gli appuntamenti della «settimana anticlericale». «Frocessione» compresa. Il corteo partirà giovedì alle 12 da piazzale Aldo Moro e sfilerà per le vie di San Lorenzo per «mettere a nudo», dicono gli organizzatori, «l'omofobia e la misoginia vaticane». Perché «non ci basta il Papa fuori dalla Sapienza, lo vogliamo fuori dalle nostre vite».

Il papa scende dalla cattedra: annullata visita a La Sapienza
articolo di Eleonora Martini tratto da "il manifesto" del 16 gennaio 08

Roma. «A seguito delle ben note vicende di questi giorni in rapporto alla visita del Santo Padre all'Università degli Studi di Roma La Sapienza, che su invito del Rettore Magnifico avrebbe dovuto verificarsi giovedì 17 gennaio, si è ritenuto opportuno soprassedere all'evento. Il Santo Padre invierà, tuttavia, il previsto intervento». È scarno il comunicato della sala stampa vaticana, ma l'effetto nel mondo politico italiano è deflagrante. E inevitabilmente le onde telluriche si propagano all'interno della città universitaria romana, investendo in particolare i 67 docenti del dipartimento di Fisica che avevano criticato l'invito del Rettore senza però mai appoggiare le proteste degli studenti. Ma la decisione di Ratzinger sembra sia stata presa più per un problema di immagine e non di sicurezza personale, almeno secondo il ministro degli interni Amato. Il Papa è stato «oggetto di un gravissimo rifiuto che manifesta intolleranza antidemocratica e chiusura culturale», accusa in una nota la Cei. D'altronde come avrebbe potuto il Santo Padre apparire davanti alle televisioni di tutto il mondo mentre fuori dell'Aula Magna imperversava quella che i vescovi italiani chiamano la «violenza ideologica e rissosa di pochi»? L'auspicio della presidenza della Cei è che l'ateneo possa tornare alla normalità «attraverso il ripristino dell'identità culturale e della funzione educativa dell'Università». Un brutto colpo per il Rettore Renato Guarini che fino all'ultimo aveva sperato, malgrado alcune voci che si rincorrevano già da un paio di giorni e che davano per possibile il colpo di scena. Ieri poi per tutto il giorno, Guarini aveva mediato con gli studenti, incontrandoli e promettendo loro spazi pur di non vedere amplificata e politicizzata la loro protesta. Tutto inutile. Quando a sera apprende «con rammarico» la notizia cede alla tentazione di puntare il dito contro «alcuni docenti che io chiamo "cattivi maestri"». «L'incontro con il Pontefice - recita la nota del Rettore - poteva rappresentare un momento importante di riflessione per credenti e non credenti su problemi etici e civili, quale l'impegno per l'abolizione della pena di morte».I «cattivi maestri» però non esultano anche se in molti considerano «saggia» la decisione del Papa. In particolare Marcello Cini, che dalle colonne del manifesto argomentò per primo il dissenso con Guarini.

«So benissimo che siamo stati bollati come intolleranti e saremo additati come estremisti - commenta Cini - ma non posso che ribadire che l'università è una comunità di studiosi che sulla base della loro parità dibattono delle questioni più svariate. Chiunque appartenga a questo luogo di dialogo per eccellenza ha tutto il diritto di sostenere anche le tesi del Papa. E tutto il mio rispetto. Mi sono però sempre opposto ad un monologo pronunciato da un'autorità esterna che si proclama depositaria della verità assoluta».

«L'errore grave è stato invitarlo - aggiunge Giorgio Parisi, uno dei 67 firmatari - quello che è successo dopo è la conseguenza di quella che avevamo definito una "visita incongrua"». «Incredibile però - conclude Parisi - che il Vaticano scopra solo due giorni prima della visita del Papa il dissenso e le proteste». «Ben felice» della decisione del Papa di rinunciare all'inaugurazione dell'Anno accademico è anche il fisico Andrea Frova, autore del libro «Parola di Galileo» che, tradotto in varie lingue, affronta il tema dei rapporti tra scienza e religione. Frova è tra quelli che avevano «condiviso le argomentazioni di Cini ma non le sue posizioni ideologiche» e ci tiene a precisare di essere politicamente distante dal manifesto. «Esprimendo il nostro punto di vista non abbiamo fatto altro che rispondere a un nostro dovere civile. Siamo poi stati strumentalizzati dai politici, dai media e anche dagli studenti. Trovo invece indegne di un paese democratico le occupazioni e le proteste che riportano l'università al clima degli anni '70». Ma non è pentito, Frova: «Non importa ora se il discorso del Papa verrà distribuito o letto da qualcuno, è importante dimostrare che gli italiani non sono tutti uguali. C'è anche chi non si inchina davanti all'ipse dixit del Papa».


Sapienza: i «no pope» non demordono

(articolo di Stefano Milani - tratto da "il manifesto" del 15 gennaio 2008)

«Fra' Giordano è bruciato, Galileo ha abiurato. Noi resteremo contro il Papato! No Pope». L'enorme striscione issato all'entrata della Sapienza è il personale «benvenuto» che gli universitari romani hanno preparato a Benedetto XVI in occasione della sua visita di giovedì. E questo è solo l'antipasto. Per il resto basta farsi un giro all'interno della città universitaria, tutta tappezzata per l'occasione di locandine, manifesti e adesivi contro l'ospite indesiderato. Non è stata risparmiata neanche la Minerva, statua-simbolo dell'ateneo romano, coperta da un altro cartello in cui si legge: «Il sapere non ha bisogno né di padri né di preti per un sapere, una scienza e una università laici». Si leggerà ancora per poco, probabilmente. La piazza è in trasformazione. Da qui a due giorni l'intera area dovrà essere off-limits a studenti e curiosi. E l'opera di bonifica è a buon punto. I nastri già delimitano l'intero perimetro e i cartelli avvertono: «zona interdetta al parcheggio mercoledì 16 e giovedì 17». Gli operai sono a lavoro fin dalle prime ore di ieri affinché tutto fili liscio. Nuovo asfalto, muri imbiancati, marciapiedi stuccati, olio di gomito per togliere il nero dagli scalini che conducono dritti dritti all'aula Magna. «Dove passa il pontefice tutto deve brillare», dice uno spazzino ridendo.Gli studenti, per ora, osservano a distanza indaffarati a mettere a punto la macchina organizzativa della «settimana anticlericale», partita ufficialmente ieri con tanto di pranzo «anti-papa» a base di pane, porchetta e vino. A fianco degli studenti anche qualche docente e pressoché tutti i rappresentanti dei collettivi e delle associazioni di sinistra: UdU, Cobas, Action, Sinistra critica, Uaar, coordinamento collettivi, rete per l'autoprotezione, coordinamento «Facciamo breccia», i collettivi delle femministe «Sui generis», «La mela di Eva», «Le ribelulle». Ma le adesioni aumentano di ora in ora.Il cartellone degli appuntamenti è fittissimo. Ci saranno proiezioni sulla vita di Galileo, assemblee miste studenti-professori, dibattiti su evoluzionismo e creazionismo. Tutto aspettando giovedì e l'arrivo del pontefice. Quel giorno si comincerà presto, dalle 9, con volantinaggi e presidi in tutte le facoltà. Poi sarà la volta dello «sbattesimo della cappella universitaria»: studenti in abito talare benediranno i presenti con litri di vin santo. A mezzogiorno la protesta si sposterà fuori dall'ateneo dove il volume si alzerà al massimo per l'«assedio sonoro». Alle 14 patirà poi la «frocessione contro i diritti negati», corteo organizzato dal collettivo Lgbt per protestare contro un papa «portatore di dogmi contro la libertà del pensiero scientifico e contro la libera circolazione dei saperi», che attraverserà il vicino quartiere di San Lorenzo per far ritorno in piazzale della Minerva dove il comico Andrea Rivera pronuncerà la sua personalissima lectio magistralis.«Abbiamo organizzato questa giornata di protesta in maniera molto pacifica, creativa e comunicativa», dice Giorgio del collettivo di Fisica, uno degli organizzatori della protesta, assicurando che «non ci saranno momenti di tensione». Solo «contestazioni verbali» all'indirizzo del papa, ma anche verso il ministro dell'università e della ricerca Mussi («contro i meccanismi di selezione e per un reale diritto allo studio») e verso il sindaco di Roma Veltroni («per il pacchetto sicurezza e le sue politiche securitarie»).Alla cappella universitaria si respira invece un'aria completamente diversa. Alcuni ragazzi sono indaffarati a pulire l'interno della chiesa in vista della benedizione papale. Con loro anche gli attivisti di «Militia Christi» e di «Comunione e liberazione» che stanno organizzando per giovedì una contro-contestazione ai contestatori.


La lettera di Marcello Cini al Rettore

Questa è la lettera inviata da Marcello Cini nel mese di Novembre 2007 al Rettore Renato Guarini, in merito alla visita del papa Benedetto XVI all’Università, visita che era stata organizzata per il 17 gennaio 2008. In seguito, decine di altri professori l'hanno sottoscritta (alla fine dell'articolo si puo' leggere la lettera di appoggio a Cini che essi hanno scritto) e a gennaio altri 700 professori ne hanno appoggiato il contenuto.

*Se la Sapienza chiama il papa e lascia a casa Mussi*

di Marcello Cini

Signor Rettore, apprendo da una nota del primo novembre dell'agenzia di stampa Apcom che recita: «è cambiato il programma dell'inaugurazione del 705esimo Anno Accademico dell'università di Roma La Sapienza, che in un primo momento prevedeva la presenza del ministro Mussi a ascoltare la LectioMagistralis di papa Benedetto XVI». Il papa «ci sarà, ma dopo la cerimonia di inaugurazione, e il ministro dell'Università Fabio Mussi invece non ci sarà più».Come professore emerito dell'università La Sapienza - ricorrono proprio in questi giorni cinquanta anni dalla mia chiamata a far parte della facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali su proposta dei fisici Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini e Enrico Persico - non posso non esprimerepubblicamente la mia indignazione per la Sua proposta, comunicata al Senato accademico il 23 ottobre, goffamente riparata successivamente con una toppa che cerca di nascondere il buco e al tempo stesso ne mantiene sostanzialmente l'obiettivo politico e mediatico. Non commento il triste fatto che Lei è stato eletto con il contributo determinante di un elettorato laico. Un cattolico democratico - rappresentato per tutti dall'esempio di Oscar Luigi Scalfaro nelcorso del suo settennato di presidenza della Repubblica - non si sarebbe mai sognato di dimenticare che dal 20 settembre del 1870 Roma non è più la capitale dello stato pontificio. Mi soffermo piuttosto sull'incredibile violazione della tradizionale autonomia delle università - da più 705 anni incarnata nel mondo da La Sapienza dalla Sua iniziativa.Sul piano formale, prima di tutto. Anche se nei primi secoli dopo la fondazione delle università la teologia è stata insegnata accanto alle discipline umanistiche, filosofiche, matematiche e naturali, non è da ieri che di questa disciplina non c'è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali. Ignoro lo statuto dell'università di Ratisbona dove il professor Ratzinger ha tenuto la nota lectio magistralis sulla quale mi soffermerò più avanti, ma insisto che di regola essa fa parte esclusivamente degli insegnamenti impartiti nelle istituzioni universitarie religiose.
I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero comunque rientrare nell'ambito degli argomenti di una lezione, e tanto meno di una lectio magistralis, tenuta in una università della Repubblica italiana. Soprattutto se si tiene conto che, fin dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo uffizio, a una spartizione di sfere di competenza tra l'Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell'inaugurazione dell'anno accademico de La Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di trecento anni e più.

Sul piano sostanziale poi le implicazioni sarebbero state ancor più devastanti. Consideriamole partendo proprio dal testo della lectio magistralis del professor Ratzinger a Ratisbona, dalla quale presumibilmente non si sarebbe molto discostata quella di Roma. In essa viene spiegato chiaramente che la linea politica del papato di Benedetto XVI si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più. «Nel profondo... si tratta - cito testualmente - dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione.Partendo veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio».Non insisto sulla pericolosità di questo programma dal punto di vista politico e culturale: basta pensare alla reazione sollevata nel mondo islamico dall'accenno alla differenza che ci sarebbe tra il Dio cristiano e Allah - attribuita alla supposta razionalità del primo in confronto all'imprevedibile irrazionalità del secondo - che sarebbe a sua volta all'origine della mitezza dei cristiani e della violenza degli islamici. Ci vuole un bel coraggio sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell'Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo. Qui mi interessa, però, il fatto che da questo incontro tra fede e ragione segue una concezione delle scienze come ambitiparziali di una conoscenza razionale più vasta e generale alla quale esse dovrebbero essere subordinate. «La moderna ragione propria delle scienze naturali - conclude infatti il papa - con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda (sul perché di questo datodi fatto) esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali a altri livelli e modi del pensare - alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandiesperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi a essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere».
Al di là di queste circonlocuzioni il disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l'ex capo del Sant'uffizio non ha dimenticato il compito che tradizionalmente a esso compete. Che è sempre stato e continua a essere l'espropriazione della sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano da parte di una istituzione che rivendica l'esclusività della mediazione fra l'umano e il divino.Un'appropriazione che ignora e svilisce le innumerevoli differenti forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza rispetto per la dignità personale e l'integrità morale di ogni individuo.Ha tuttavia cambiato strategia. Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l'effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga. Non esagero. Che altro è, tanto per fare un esempio, l'appoggio esplicito del papa dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente se non il tentativo - condotto tra l'altro attraverso una maldestra negazione dell'evidenza storica, un volgare stravolgimento dei contenuti delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell'avversario - di ricondurre la scienza sotto la pseudorazionalità dei dogmi della religione? E come avrebbero dovuto reagire i colleghi biologi ei loro studenti di fronte a un attacco più o meno indiretto alla teoria darwiniana dell'evoluzione biologica che sta alla base, in tutto il mondo, della moderna biologia evolutiva?Non riesco a capire, quindi, le motivazioni della Sua proposta tanto improvvida e lesiva dell'immagine de La Sapienza nel mondo. Il risultato della Sua iniziativa, anche nella forma edulcorata della visita del papa (con «un saluto alla comunità universitaria») subito dopo una inaugurazione inevitabilmente clandestina, sarà comunque che i giornali del giorno dopotitoleranno (non si può pretendere che vadano tanto per il sottile): «Il Papa inaugura l'Anno Accademico dell'Università La Sapienza».Congratulazioni, signor Rettore. Il Suo ritratto resterà accanto a quelli dei Suoi predecessori come simbolo dell'autonomia della cultura e del progresso delle scienze.


La lettera di appoggio a Marcello Cini:

Roma 23 Novembre 2007

Magnifico Rettore, con queste poche righe desideriamo portarLa a conoscenza del fatto che condividiamo appieno la lettera di critica che il collega Marcello Cini Le ha indirizzato sulla stampa a proposito della sconcertante iniziativa che prevedeva l'intervento di papa Benedetto XVI all'Inaugurazione dell'Anno Accademico alla Sapienza.Nulla da aggiungere agli argomenti di Cini, salvo un particolare. Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella citta di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un'affermazione di Feyerabend: «All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Ilprocesso contro Galileo fu ragionevole e giusto». Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano.In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora essere annullato.

Le porgiamo doverosi saluti,

Gabriella Augusti Tocco, Luciano M. Barone, Carlo Bernardini, Maria GraziaBetti, Enrico Bonatti, Maurizio Bonori, Federico Bordi, Bruno Borgia, VandaBouche', Marco Cacciani, Francesco Calogero, Paolo Calvani, Paolo Camiz,Mario Capizzi, Antonio Capone, Sergio Caprara, Marzio Cassandro, ClaudioCastellani, Flippo Cesi, Guido Ciapetti, Giovanni Ciccotti, Guido Corbo',Carlo Cosmelli, Antonio Degasperis. Francesco De Luca, Francesco De Martini,Giovanni Destro-Bisol, Carlo Di Castro, Carlo Doglioni, Massimo Falcioni,Bernardo Favini, Valeria Ferrari, Fernando Ferroni, Andrea Frova, MarcoGrilli, Maria Grazia Ianniello, Egidio Longo, Stefano Lupi, MaurizioLusignoli, Luciano Maiani, Carlo Mariani, Enzo Marinari, Paola Maselli,Enrico Massaro, Paolo Mataloni, Mario Mattioli, Giovanni Organtini, PaolaPaggi, Giorgio Parisi, Gianni Penso, Silvano Petrarca, Giancarlo Poiana,Federico Ricci Tersenghi, Giovanni Rosa, Enzo Scandurra, Massimo Testa,Brunello Tirozzi, Rita Vargiu, Miguel A. Virasoro, Angelo Vulpiani, Lucia Zanello.

23 maggio 2007

Seminario acqua a Geologia

Il 25 maggio 2007 alle ore 14.30
e il 28 maggio 2007 alle ore 14.30

a ROMA nell’Università La Sapienza,
piazzale Aldo Moro 5,
edificio di Geologia, aula 11 (primo piano)
si svolgerà un seminario dal titolo:

"LA TERRA HA SETE…RIPRENDIAMOCI L’ACQUA!!!”

Venerdì 25 maggio e lunedì 28 maggio 2007, nell’edificio di Geologia dell’Università La Sapienza di Roma, si terrà un seminario dal titolo “LA TERRA HA SETE…RIPRENDIAMOCI L'ACQUA!!!”, organizzato dal collettivo di Scienze. Il seminario vuole sottolineare come l’acqua, bene fondamentale per la vita di tutti gli esseri viventi, stia subendo danni enormi a causa dell’azione dell’uomo e di come sempre più frequente nel mondo sia il tentativo (a volte riuscito) delle società private di rendere l’acqua una merce, in contraddizione con quello che riteniamo essere un concetto fondamentale, e cioè che l’acqua è un bene di tutti e in quanto tale non può diventare oggetto di profitto.

Il seminario è diviso in due giornate.
Nella giornata del 25 maggio si parlerà degli aspetti scientifici della risorsa acqua e di come l’uomo abbia un impatto dannoso su di essa. Parlerà il professor Marco Petitta, idrogeologo del Dipartimento di Scienze della Terra, con un intervento dal titolo “Le risorse idriche sotterranee tra sistema naturale e pressione antropica". Interverrà poi il professor Mario Dall’Aglio, titolare della cattedra in Geochimica Ambientale nello stesso Dipartimento, insieme a Sabrina Vella e Giovanna Sposito con l’intervento “Acqua: alimento fondamentale e madre della vita”. A seguire ci sarà l’intervento del professor Roberto Argano, professore di Zoologia all’Università La Sapienza dal titolo "I fossili viventi delle acque sotterranee" e infine parlerà Laura Mancini, dell’Istituto Superiore di Sanità con una relazione intitolata: "La voce del fiume".
La giornata del 28 inquadrerà invece da un punto di vista socio-economico il “problema acqua” , puntando l’attenzione su come questa risorsa stia sempre più diventando una merce nell’economia globale, e di come si possa invece tutelarla
Interverranno: Giuseppe De Marzo (ASUD), Paola Carra (Attac Roma) e Marco Bersani (Attac Italia).
Durante il seminario sarà possibile firmare per la campagna di iniziativa popolare
“acqua bene comune” (http://www.acquabenecomune.org/)

firmato: collettivo di Scienze, università La Sapienza di Roma

03 aprile 2007

Le basi U.S.A. in Italia

Cosa sono e perché ci sono.

Le basi militari sono luoghi utilizzati dalle forze armate per depositare armi, mezzi, velivoli, uomini, antenne radar utili al controllo dello spazio aereo, per addestrare le truppe e permettere il loro soggiorno. Le zone occupate dalle basi sono chiamate “servitù militari”, perché sono parti di territorio totalmente asservite alle forze armate. In queste zone nessun cittadino ha la possibilità di costruire fabbricati o utilizzare terreni agricoli. Le leggi n. 898 del 24.12.1976 e n. 104 del 02.05.1990 prevedono l’erogazione di un indennizzo in denaro a tutti coloro che hanno proprietà in zona asservita, (dove per proprietà si intende un terreno agricolo o una costruzione) proprio perché quelle zone sono inutilizzabili una volta cedute alle forze armate.

Le basi possono avere estensioni e scopi diversi. Ci sono basi che consistono “semplicemente” in depositi di munizioni, altre che hanno impianti radar per il controllo dei cieli, altre ancora sono stazioni di tele-comunicazione. Esistono grandi basi che si estendono per decine e decine di ettari e nelle quali vengono depositate armi, mezzi militari, aerei, truppe, e sono dotate di piste per il decollo e l’atterraggio dei velivoli, e ce ne sono altre navali e sottomarine, che supportano quindi l’attività della marina militare.

In Italia ci sono molte basi militari: una parte sono italiane e sono quindi usate esclusivamente dalle forze armate italiane, ma in virtù di accordi segreti attuati nel dopoguerra con gli USA, ve ne sono molte appartenenti alla NATO ed altre ancora unicamente usate dalle forze armate americane.

Dal rapporto ufficiale del Pentagono, “Base Structure Report 2005”, risulta che le forze armate statunitensi possiedono nel nostro paese 1.614 edifici, con una superficie di 892 mila metri quadri, e hanno in affitto 1.190 edifici, con una superficie di 886 mila m2. Il personale addetto a tali basi ammonta a 14.000 militari e 5.140 civili, per un totale di circa 20 mila persone.

Da un “censimento” fatto dalla rivista “Carta” nel 2003, risulta che le installazioni militari statunitensi in Italia sono 113.

L’elenco completo di queste basi-installazioni è consultabile sul web
all’indirizzo: www.carta.org/rivista/settimanale/2003/06/06elencobasi.htm

(nella figura qui a sinistra: la dislocazione delle basi USA e NATO in Italia- fonte: rivista "Carta"- www.carta.org )




Le zone occupate da basi militari americane godono di extra territorialità, e nessun italiano (né la magistratura, né i parlamentari, né i giornalisti, né le forze dell’ordine) hanno il diritto e la possibilità di entrarvi. Essi non possono quindi vedere cosa ci sia al loro interno e cosa venga fatto.
Godono di extraterritorialità anche le ambasciate, in ogni parte del mondo, ma è facile capire che un edificio che ospita una ambasciata è molto diverso in confronto ad una zona di territorio ampia diversi
ettari e piena di armamenti…

Per queste ultime si tratta in pratica di micro-stati, zone non italiane, come può essere per san Marino o per la città del Vaticano. Con la differenza che a san Marino e san Pietro non vi sono arsenali pieni di bombe e carri armati.

Il fatto che queste basi godano di extraterritorialità permette alle forze armate anche un’altra cosa: essi possono avviare operazioni belliche in qualsiasi momento senza chiedere il permesso allo Stato della Repubblica italiana (nella cui costituzione, ricordiamolo, all’articolo 11 c’è scritto: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”). Il nostro territorio è quindi semplicemente una rampa di lancio.



Le basi U.S.A. o più in generale della Nato, in Italia, sono state costruite in buona parte all’indomani della seconda guerra mondiale, nel periodo della guerra fredda fra il blocco sovietico e quello atlantico.
Avevano lo scopo di “proteggere” l’Italia da un eventuale espansione dell’URSS e permettevano agli USA di attestare truppe e mezzi militari a pochi chilometri dai paesi del blocco sovietico. L’Italia si trova a poche decine di chilometri dalla ex-Iugoslavia, che a quei tempi era sotto il controllo sovietico, e questo ne ha fatto un importantissimo avamposto, un territorio di gran rilevanza strategica.

Gli Stati Uniti hanno portato avanti per tutti i decenni del dopoguerra, fino agli anni 90 (caduta dell’URSS) un controllo fortissimo dell’Italia (così come nelle altre nazioni dell’Europa occidentale), per impedire che si affermasse il comunismo.
Recentemente dopo anni e anni di indagini da parte dei magistrati italiani, rese assai complicate dai depistaggi e dai segreti di stato, è emerso che esistevano nel nostro Paese, nascoste all’interno delle basi della Nato, bande paramilitari clandestine che avevano come scopo quello di entrare in azione non appena vi fosse stato un pericolo di invasione sovietica dell’Italia. Una di queste formazioni paramilitari era GLADIO, che la magistratura italiana ha considerato recentemente “organizzazione eversiva dell’ordine costituzionale”. Quello che i magistrati hanno sottolineato è che queste bande non svolgevano solo un ruolo di difesa “aspettando al varco il nemico comunista”, ma agivano attivamente nel territorio italiano per condizionare pesantemente la vita politica e i risultati delle elezioni.

Una delle azioni su cui essi avevano una certa influenza è quella nota sotto il nome di “strategia della tensione”: attraverso attentati tremendi che causavano stragi di civili la cui colpa veniva addossata a gruppi di sinistra, si creava un clima di tensione, si criminalizzavano i tanti movimenti di lotta e lo stesso partito comunista, spostando da sinistra a destra l’ago della bilancia dei risultati elettorali.
È ormai provata la stretta relazione fra attentatori (neofascisti) e strutture segrete anche internazionali, fra cui non mancano i servizi segreti americani, in numerosi attentati avvenuti negli anni 60-70 in Italia. Le basi americane avevano in quest’ottica il ruolo di nascondiglio per i paramilitari, oltre che di luoghi per l’addestramento.
Altra cosa assai grave (dal momento che l’Italia è una Repubblica nella quale la sovranità appartiene al popolo, il quale la esercita attraverso le elezioni), è che questo esercito segreto nascosto nelle basi americane dislocate in Italia, sarebbe potuto entrare in azione anche nel caso di vittoria dei comunisti alle elezioni.
È per questo che i magistrati hanno definito Gladio una formazione eversiva dell’ordine costituzionale.
[su questo argomento esiste una quantità enorme di materiale, parte del quale è ormai definitivamente provato e non più una pura “ipotesi”. Troppo lungo sarebbe parlarne in questo articolo, ma è importante sapere che in libreria così come su internet sono presenti moltissimi documenti a riguardo]
(nella foto: 12 dicembre 1969, bomba di piazza fontana)

La conclusione di questa parentesi è dunque che grazie alle basi gli Usa hanno potuto tenere sotto controllo l’Italia durante la guerra fredda.
Ma oggi, viene da chiedersi, perché le basi americane sono ancora qui, se la guerra fredda è finita da sedici anni?
L’assetto geopolitico mondiale si è evoluto tantissimo dagli anni ‘90 ad oggi e tuttora sta cambiando. Ci sono nuovi rapporti di forza fra le potenze, gli Stati Uniti sono diventati la maggior potenza militare ed economica (sempre più contrastati però dalla Cina, che cresce a ritmi enormi) e sono impegnati in quella che essi chiamano “global war at terror” cioè la guerra globale al terrore. Dall’attacco alle torri di New York dell’11 settembre 2001 (terribile attentato in cui morirono tremila civili e su cui però ancora vi sono da chiarire molte cose, come dimostra la crescente quantità di cittadini americani che dopo essersi documentati hanno espresso grandi dubbi sulla versione ufficiale data dal governo americano), gli USA hanno portato la guerra in Afghanistan e Iraq, accusando questi due paesi di essere basi del terrorismo islamico, e accusando l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa (fatto che si è poi rivelato una falsità).

È evidente che il reale interesse degli USA è rivolto alle risorse energetiche presenti in medio-oriente (ed è questo il reale motivo delle guerre in Afghanistan e in Iraq e della grande preoccupazione” dimostrata dall’amministrazione Bush nei confronti di un’altra nazione ricca di petrolio: l’Iran).

Basta dare un’occhiata ad una carta geologica o ad una mappa che evidenzi la dislocazione dei giacimenti petroliferi, metaniferi ecc, per vedere come le zone “calde” del pianeta, quelle dove sono presenti conflitti o forti tensioni, sono proprio quelle dove maggiore è la quantità di risorse energetiche.
E i paesi bombardati dagli USA nella guerra al terrorismo, sono guarda caso fra i più ricchi di petrolio al mondo.

Ebbene, le basi americane dislocate in Europa e Italia hanno oggi un nuovo ruolo: servono come avamposto per le azioni belliche in medio-oriente e nell’Africa, e non è escluso che possano servire un domani per nuove guerre su altri fronti, sempre nel quadro della “global war at terror”.

Sono già servite per le azioni belliche della Nato in Kosovo del 1999 (gli aerei che hanno bombardato la Serbia dal 24 marzo al 9 giugno 1999 decollavano dalle basi militari poste in Italia, oltre che da portaerei ubicate nell’Adriatico), per le azioni degli USA in Afghanistan nel 2001 e per quelle in Iraq nel 1991 e nel 2003…(Da Camp Derby, base militare nei pressi di Livorno, è partito il 60% delle munizioni destinate alla prima guerra del golfo, e cifre simili si sono ripetute nel 2003).

Il fatto che le basi americane in Italia servano da avamposto per le guerre verso il sud del mondo sono fantasie di qualche pacifista? No.
Quale sia il ruolo di queste basi risulta evidente dal Rapporto presentato il 9 maggio 2005 al Presidente e al Congresso degli Stati uniti dalla Commission on Review of Overseas Military Facility Structure of the United States, disponibile sul web alla pagina

http://www.fas.org/irp/agency/dod/obc.pdf
«La rete globale delle basi statunitensi – si afferma nel rapporto – è lo scheletro su cui si modellano la carne e i muscoli della nostra capacità operativa», il cui scopo principale è quello di «perseguire i nostri interessi nel mondo». In tale quadro «la presenza statunitense in Europa resta cruciale».

Sempre da documenti ufficiali risulta che le basi statunitensi in Italia ed Europa servono a «mantenere l’influenza e la leadership statunitensi nella Nato: nella misura in cui rimangono in Europa significative forze statunitensi, la leadership può essere mantenuta». E’ dunque un documento ufficiale al massimo livello a dichiarare esplicitamente che la presenza militare statunitense in Europa serve non solo a proiettare forze nelle aree di interesse strategico, ma a mantenere l’Europa sotto la leadership statunitense.

Geografia delle basi.


Ecco una descrizione delle più grandi basi americane in Italia.

Aviano. [Pordenone]. È la più grande base avanzata, deposito nucleare e centro di telecomunicazioni dell'Usaf in Italia [ospita almeno tremila militari e civili americani ]. Nella base sono dislocate le forze operative pronte al combattimento dell'Usaf [un gruppo di cacciabombardieri]. Vi sono inoltre la Sedicesima Forza Aerea ed il Trentunesimo Gruppo da caccia dell'aviazione Usa, nonché uno squadrone di F-18 dei Marines. Si presume che la base ospiti, in bunker sotterranei la cui costruzione è stata autorizzata dal Congresso, decine di bombe nucleari, nel quadro di un accordo segreto e perciò mai discusso in parlamento (chiamato Stone Ax). Queste bombe nucleari sono solo una percentuale delle 480 armi atomiche dislocate in basi militari in tutta Europa,nel quadro dell’accordo NATO sulla “condivisione nucleare” [vedi il dossier di Greenpeace disponibile sul web all’indirizzo
http://p2-raw.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/rapporti/disarmo.pdf ]

Camp Ederle [Vicenza]. Quartier generale della Nato e comando della Setaf della Us Army, che controlla le forze americane in Italia, Turchia e Grecia. In questa base vi sono le forze da combattimento terrestri: un battaglione aviotrasportato, un battaglione di artiglieri con capacità nucleare, tre compagnie del genio. Importante stazione di telecomunicazioni. I militari e i civili americani che operano a Camp Ederle dovrebbero essere circa duemila.
A Vicenza è prevista la costruzione di una nuova base, nella zona dell’ex aeroporto Dal Molin:si parla di “allargamento” perché essa andrebbe ad appoggiare la già presente base di Ederle, ma il territorio sul quale verrà costruita è attualmente privo di installazioni militari. Contro questo progetto centinaia di migliaia di italiani si stanno mobilitando in questi mesi, sia per motivi ambientali che, soprattutto, per motivi politici di ripudio alla guerra.

Ghedi [Brescia]. Base dell'Usaf, stazione di comunicazione e deposito di bombe nucleari (una stima parla di 40 ordigni).


Camp Darby [Pisa]. Il Setaf (task force sud-europea) ha qui il più grande deposito logistico del Mediterraneo [circa 1.400 uomini e una quantità impressionante di munizioni, bombe, mezzi militari]. La base è


strettamente collegata tramite una rete di canali al vicino porto di Livorno, base di rifornimento delle unità navali di stanza nel Mediterraneo.
Camp Derby è anche l’ottavo gruppo di supporto Usa ed è Base dell'Ua Army per l'appoggio alle forze statunitensi al Sud del Po, nel Mediterraneo e nell'Africa del Nord. È da qui che sono partiti, a bordo di navi, gran parte dei mezzi e delle munizioni destinati all’Iraq, sia nella prima che nella seconda (e attuale) guerra del Golfo in Iraq. È in seguito a oscuri e ancora non noti movimenti di mezzi navali americani davanti al porto di Livorno che la sera del 10 aprile 1991 il traghetto Moby Prince è andato a sbattere contro una petroliera che si trovava alla fonda; morirono quella sera 140 persone. Gli Usa non hanno mai collaborato con gli italiani per fare luce sulla vicenda, e tuttora ci sono molte cose ancora da chiarire.
Nell’estate del 2000 invece, a causa del cedimento dei soffitti di otto depositi di munizioni presenti nella base, si creò una situazione di emergenza: in dodici giorni si dovettero rimuovere con robot telecomandati (data la pericolosità dell’operazione) oltre 100 mila munizioni, con un peso netto esplosivo di oltre 240 quintali, senza che né le autorità civili nè la popolazione fossero informate. Per rimuovere una vecchia bomba della seconda guerra mondiale trovata in qualche campo invece, si evacua la popolazione da tutta la zona circostante. E se qualcosa fosse andato storto? (nella foto: la recinzione intorno Camp Darby)

Capo Teulada [Cagliari]. Da Capo Teulada a Capo Frasca [Oristano ], all'incirca 100 chilometri di costa, 7.200 ettari di terreno e più di 70 mila ettari di zone "off limits": poligono di tiro per esercitazioni aeree ed aeronavali della Sesta flotta americana e della Nato. Spiagge bellissime vengono devastate durante le esercitazioni (esercitazioni in cui vengono usati proiettili e bombe vere).
Fra il 2003 e il 2004, i pescatori sardi della zona di Capo Teulada, hanno dato luogo a una serie di coraggiose proteste contro le continue esercitazioni aeronavali, violando il divieto di navigazione. I mass-media, in modo vergognoso, non diedero alcuna notizia di quelle proteste. Soltanto grazie alla stampa alternativa, alla “contro-informazio-ne” attraverso giornali liberi e radio-tv via web la notizia ha potuto girare. I pescatori uscirono in mare nonostante il categorico divieto dei militari americani, che addirittura rivolsero contro di loro alcuni colpi, per fortuna andati a vuoto. I pescatori chiedevano di riavere il “loro” mare, di poter pescare liberamente. E soprattutto chiedevano la bonifica di una vastissima zona di mare, totalmente inquinata da migliaia e migliaia di munizioni sparate durante le esercitazioni…
Nell’estate del 2004 alcuni proiettili sparati da una nave finirono per sbaglio a pochi metri dalle sdraio di alcuni turisti che prendevano il Sole su una spiaggia della zona. Per fortuna non vi furono conseguenze.

Napoli. Comando del Security Force dei Marines. Base di sommergibili Usa. Comando delle Forze Aeree Usa per il Mediterraneo. Porto normalmente impiegato dalle unità civili e militari Usa. Si calcola che da Napoli e Livorno transitino annualmente circa cinquemila contenitori di materiale militare.

San Bartolomeo [La Spezia]: Centro ricerche per la guerra sottomarina. Composta da tre strutture. Innanzitutto il Saclant, una filiale della Nato che non è indicata in nessuna mappa dell'Alleanza atlantica. Il Saclant svolgerebbe non meglio precisate ricerche marine. Poi c'è Maricocesco, un ente che fornisce pezzi di ricambio alle navi. E infine Mariperman, la Commissione permanente per gli esperimenti sui materiali da guerra, composta da cinquecento persone e undici istituti [dall'artiglieria, munizioni e missili, alle armi subacquee].

Sigonella [Catania]. Principale base terrestre dell'Us Navy nel Mediterraneo centrale, supporto logistico della Sesta flotta [circa 3.400 tra militari e civili americani ]. Oltre ad unità della Us Navy, ospita diversi squadroni tattici dell'Usaf: elicotteri del tipo HC-4, caccia Tomcat F14 e A6 Intruder, gruppi di F-16 e F-111 equipaggiati con bombe nucleari del tipo B-43, da più di 100 kilotoni l'una.

La base militare di Sigonella è nota in Italia per esser stata teatro di un evento storico:
Era il 12 ottobre 1985: pochi giorni prima un commando di palestinesi del Fronte di Liberazione della Palestina aveva preso in ostaggio oltre 400 passeggeri della nave italiana Achille Lauro, vicino alle coste dell’Egitto, chiedendo la liberazione di alcuni palestinesi arrestati. Un passeggero americano era stato ucciso. L’esito del sequestro fu la resa dei terroristi, che vennero fatti salire su un aereo egiziano diretto in Tunisia. Durante il volo però, quattro caccia americani costrinsero l’aereo civile a cambiare rotta e ad atterrare sulla pista della base americana di Sigonella, in Sicilia. Gli americani volevano infatti impadronirsi del commando, ma l’allora presidente del consiglio Bettino Craxi assunse una posizione di fermezza: “l’omicidio del turista americano è avvenuto in territorio italiano (sulla nave Achille Lauro) e perciò i palestinesi devono essere processati dalla giustizia italiana”, disse.
L’aereo egiziano, fermo sulla pista di Sigonella, fu accerchiato dai militari americani in tenuta da combattimento, ma per ordine della Difesa italiana furono fatti schierare a loro volta, attorno agli americani, i carabinieri italiani.
Furono momenti di tensione estrema, con il rischio di uno scontro a fuoco fra forze armate di due paesi alleati.
Alla fine gli americani rinunciarono all’accerchiamento e i dirottatori furono arrestati e consegnati alla giustizia italiana. Si è trattato di uno dei rari casi, se non l’unico, in cui l’Italia ha tenuto alta la testa nei confronti degli USA, non assecondando le sue richieste
.

- Lorenzo Pasqualini-

03 febbraio 2007

9 anni fa, la strage del Cermis


Il giorno 3 febbraio '98 alle ore 13.36,
la missione EASY 01 costituita da un velivolo EA6B del VMAQ-2 del Corpo dei Marines degli Usa rischierato sulla base di Aviano in supporto all'operazione DELIBERATE GUARD, decollava per una missione addestrativa prepianificata di navigazione a bassa quota.
[...]
Il velivolo EA6B della missione EASY 01 alle ore 14.13Z circa, impattava i cavi della funivia che dall'abitato di Cavalese porta al monte Cermis e che in quel punto si trovavano ad un'altezza da fondo valle stimata tra i 300 ft. e 400 ft.
Il velivolo è entrato in collisione con i cavi della funivia mentre la cabina passeggeri, in fase di discesa, si trovava ad una distanza di circa 300 metri dalla stazione di arrivo.

Il punto d'impatto è stato stimato a 50 metri circa di distanza dalla cabina, a valle della stessa.L'impatto provocava l'istantanea rottura dei cavi portante e traente del segmento occidentale compreso fra la stazione a valle dell'impianto ed il primo pilone di sostegno.La cabina precipitava al suolo e tutte le venti persone trasportate decedevano.

Tratto dalla RELAZIONE TECNICA SULL'INCIDENTE DI VOLO OCCORSO ALL'AEROMOBILE EA6B DELL'U.S.M.C. IN DATA 03 FEBBRAIO 1998 IN LOCALITA' CAVALESE (TN)

Sono passati 9 anni dalla strage del Cermis, quando un aereo militare americano, un caccia guidato da un marine di nome Richard Asbhy, tranciava con la coda la fune portante e quella traente della funivia che collega Cavalese all'Alpe del Cermis, in provincia di Trento.


La funivia si schiantò al suolo dopo un volo di 100 metri, e tutte le venti persone che si trovavano al suo interno morirono.
I piloti dell'aereo invece, facevano comodamente ritorno alla base militare americana di Aviano,
una delle più grandi d'Italia, nella quale fra l'altro si trovano molto probabilmente decine di ordigni nucleari statunitensi.

Il governo italiano di allora disse: "faremo chiarezza, i colpevoli verranno puniti".

Ma i marines colpevoli di quella strage, delinquenti che hanno usato il loro aereo senza rispettare le regole di volo, non sono mai stati incriminati: il 4 marzo del 1999 il tribunale militare americano li ha assolti ed essi non pagheranno mai per le loro colpe.

link:

25 gennaio 2007

Vicenza: appello alla mobilitazione


E' arrivato a Carta Vetrata l'appello del presidio permanente contro la base americana al Dal Molin di Vicenza, per una manifestazione nazionale di protesta il 17 febbraio.
L'appello è stato mandato come post all'articolo "Vicenza dice no alla base", pubblicato qualche tempo fa.
Pubblichiamo il post qui sotto per renderlo più visibile.

17 FEBBRAIO: MANIFESTAZIONE NAZIONALE A VICENZA
IL FUTURO è NELLE NOSTRE MANI:DIFENDIAMO LA TERRA PER UN DOMANI SENZA BASI DI GUERRA

Presidio Permanente, Vicenza 23 gennaio 2007.
Dopo che per mesi Governo e Comune si sono rimpallati la responsabilità della decisione, l’Esecutivo nazionale ha ceduto all’ultimatum statunitense: «il Governo non si oppone alla nuova base Usa», ha sentenziato Romano Prodi. Dopo appena due ore, migliaia di vicentini sfilavano per le strade del centro cittadino.Chi pensava di aver chiuso la partita ha dovuto ricredersi, perché Vicenza si è mobilitata, ha Invaso le strade, ha costruito il presidio permanente. Otto mesi di mobilitazioni, culminate con la grandiosa manifestazione dello scorso 2 dicembre – quando 30 mila persone sfilarono dalla Ederle al Dal Molin, hanno dimostrato la forte contrarietà della popolazione alla nuova installazione militare. Ma il Governo, dopo aver più volte ribadito la centralità dell’opinione della comunità locale, ha ceduto agli interessi economici e militari.In tutto questo pesa come un macigno anche la posizione dell’Amministrazione Comunale che, forte dell’assenso dato dal Governo Berlusconi all’operazione, prima ha nascosto ai cittadini il progetto per tre anni e poi, snobbando la contrarietà della popolazione, lo ha approvato durante un Consiglio Comunale blindato e contestato; infine ha negato ai cittadini la possibilità di esprimersi attraverso il referendum.

Nonostante tutto questo a Vicenza è successo qualcosa di nuovo: Vicenza non si è arresa alle imposizioni. In questo percorso abbiamo trovato donne e uomini, studenti e anziani, lavoratori e professionisti; li abbiamo incrociati nelle mobilitazioni, abbiamo discusso con loro alle assemblee pubbliche ed ai convegni.

Insieme abbiamo costruito il Presidio Permanente, un luogo attraversato da migliaia di persone in pochi giorni.
Vicenza non si è arresa alle imposizioni.
Vicenza non vuole una nuova base militare al Dal Molin.
Vicenza si è mobilitata.
Migliaia di persone hanno occupato i binari della stazione appena due ore dopo la conferenza stampa di Romano Prodi; e nei giorni successivi una serie di iniziative, dalla manifestazione degli studenti ai presidi in Municipio e in Prefettura, hanno confermato la determinazione dei cittadini.La nostra città ha riscoperto la dimensione comunitaria e popolare, ha riattivato le reti di solidarietà che in altri contesti – per esempio a Scanzano Ionico o in Val di Susa – hanno permesso di fermare dei progetti devastanti.

Da ogni parte d’Italia ci è arrivata un immensa solidarietà, un caloroso sostegno. Manifestazioni e presidi si sono svoltI in questi giorni in ogni angolo del Paese. Contro una scelta contrastata dalla comunità locale ovunque si manifesta e si discute.

Il nostro cammino è appena all’inizio. Nulla si è concluso con l’espressione del parere governativo. Cittadini, associazioni e organizzazioni sindacali hanno deciso di opporsi; molti parlamentari si sono auto-sospesi.

Vicenza vuole fermare questo scempio, se necessario anche seguendo l’invito di molti a mettere pacificamente in gioco i propri corpi.

Vogliamo dare una voce unitaria, pacifica e determinata a questo sdegno.

Vicenza chiama tutti a mobilitarsi contro la militarizzazione di una città, contro la costruzione di una base che sorgerà a meno di due chilometri dalla basilica palladiana, consumerà tanta acqua quanta quella di cui hanno bisogno 30 mila cittadini, costerà ai contribuenti milioni di euro (il 41% delle spese di mantenimento delle basi militari Usa nel nostro territorio è coperto dallo Stato Italiano), sarà l’avamposto per le future guerre.Vicenza vuole costruire una grande manifestazione nazionale per il 17 febbraio; vogliamo colorare le nostre strade con le bandiere arcobaleno e quelle contro il Dal Molin, ma anche con quelle per la difesa dei beni comuni e della terra, del lavoro e della dignità e qualità della vita. Un corteo plurale e popolare, capace di aggregare le tante sensibilità che in questi mesi hanno deciso di contrastare il Dal Molin, perché siamo convinti che le diversità siano un tesoro da valorizzare così come l’unità sia uno strumento da ricercare per vincere questa sfida.Ai politici e agli uomini di partito che condividono la responsabilità di Governo locale e nazionale rivolgiamo l’invito a partecipare senza le proprie bandiere; vi chiediamo un segno di rispetto verso le tante donne e i tanti uomini che in questi giorni si sono sentiti traditi dai partiti e dalle istituzioni; vi chiediamo, anche, di valorizzare la scelta di quanti, in questi giorni, hanno scelto di dimettersi o auto-sospendersi in segno di protesta. Una protesta che, auspichiamo, dovrà avere ulteriori riscontri se il Governo non recederà dalle sue decisioni.

Noi siamo contro il Dal Molin per ragioni urbanistiche, ambientali, sociali; ma, anche, perché ripudiamo la guerra. Proprio per questo non accettiamo alcun vergognoso baratto con il rifinanziamento della missione in Afghanistan.La nostra lotta non si è esaurita.
A Vicenza, il 17 febbraio, contro ogni nuova base militare, per la desecretazione degli accordi bilaterali che regolano la presenza delle basi, per la difesa della terra e dei beni comuni, per un reale protagonismo delle comunità locali e dei cittadini.Il futuro è nelle nostre mani: difendiamo la terra per un domani senza basi di guerra. Il 17 febbraio tutti a Vicenza!

Presidio Permanente contro il Dal Molin
Per info e adesioni
nodalmolin@libero.it
Web www.altravicenza.it

16 gennaio 2007

Vicenza dice NO alla base U.S.A.



(nella foto: la manifestazione del 2 dicembre 06 a Vicenza, contro la base americana)

Una grande base militare che serva come deposito di mezzi, armi e uomini pronti per essere utilizzati in medio-oriente per future guerre: questo è il progetto degli americani, che vogliono installare nella zona dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza la base logistica della 173esima brigata avio-trasportata statunitense.

Nel progetto degli americani tutta la zona del “Dal Molin” che sorge a pochissima distanza dal centro della cittadina veneta, dovrà diventare zona militare.

In quella zona verranno depositati una sessantina di tank, 85 corazzati di vario tipo, 14 mortai pesanti semoventi, aerei spia, obici, postazioni lanciarazzi ecc. ecc. (l’elenco sarebbe lungo). Verranno costruite palazzine per alloggiare i circa duemila militari statunitensi che verranno qui stanziati e poi tutto ciò che serve a far esistere una base militare: supermercati, bar, palestre, campi sportivi, per far si che la base possa vivere autonomamente, come fosse un pezzo di Stati Uniti in Italia, senza dover entrare in contatto con il nostro territorio.

E’ così che funzionano le basi infatti: sono isole, zone dove lo stato italiano non ha sovranità, (non per niente si chiamano “servitù militari”). La differenza da quelle appartenenti alle forze armate italiane però, è che quelle americane sono coperte da segreto militare e non c’è verso neanche per la magistratura e il mondo politico (figuriamoci quello giornalistico) italiano sapere cosa accade al loro interno.
La costruzione della base a Vicenza non sarebbe una novità per l’Italia: nel nostro paese di basi americane ce ne sono infatti a decine. Alcune sono unicamente degli USA, altre appartengono alla NATO. Negli anni della guerra fredda avevano una forte utilità per gli USA, perché permette-vano ad essi di ammassare armi e soldati a poche centinaia di Km dall’Urss, ed è risaputo che la nostra penisola aveva un alto valore strategico perché situata a metà fra quello che era il blocco Nato e quello che era il blocco sovietico.

E’ stato scoperto negli anni recenti che molte basi USA in Italia servivano come “nascondiglio” per uomini impegnati in missioni speciali dei servizi segreti, come avvenne per la formazione GLADIO. (tutto questo è uscito fuori soltanto all’inizio degli anni 90, cioè dopo il crollo dell’URSS).
La storia d’Italia è stata profondamente influenzata dagli americani dalla fine della seconda guerra mondiale alla caduta dell’Urss e questo anche grazie alla presenza sul nostro territorio di queste basi, che permettevano un maggiore controllo e l’azione dei servizi segreti in alleanza con personaggi italiani.
Da noi la guerra fredda si è combattuta così.
Ma oggi, con la guerra fredda finita da un pezzo, come mai agli americani interessa ancora il nostro territorio?
Il fatto è che gli americani sono impegnati oggi nella cosiddetta “guerra al terrore”, volta a “distruggere” il terrorismo. Per il presidente Bush e la sua amministrazione esistono “stati canaglia”, paesi cioè pericolosi per l’occidente, che vanno contrastati anche in campo militare. Bush la chiama “guerra per la libertà”, ma molta gente ha seri dubbi su questa motivazione e trova invece il vero motivo di queste “guerre preventive” nell’interesse degli americani a controllare zone del mondo ricche di risorse naturali come petrolio e gas. Motivi economici insomma.

Le basi americane dislocate in Italia servirebbero perciò (e sono già servite) come rampa di lancio avanzata per future azioni belliche in Medio-oriente, che è e sarà ancora a lungo una “zona calda”.

Dico che sono già servite perché soltanto tre anni fa, per la guerra in Iraq, centinaia di carri armati partirono dalle più grandi basi americane italiane a bordo di treni merci e poi imbarcati su navi militari.
Forse qualcuno ancora ricorda i blocchi ferroviari che alcuni gruppi anti-militaristi fecero in quell’occasione e che oggi devono rispondere di gravi accuse. Loro sono sotto processo, mentre chi ha bombardato siede ancora sulle poltrone del potere.

Il corteo del 2 dicembre.
Nel nostro paese, per fortuna, esiste una grossa fetta di popolazione che non ha in simpatia le guerre, e che a maggior ragione non vuole che il suo territorio venga usato come deposito di armi e come rampa di lancio per aerei carichi di bombe e carri-armati.
Perciò si ribella quando vengono prese decisioni dall’alto: è da mesi che a Vicenza i cittadini si danno da fare costruendo comitati, raccogliendo firme, facendo un’opera di informazione capillare per dire no alla base, e pochi giorni fa, il 2 dicembre, erano in 30.000 a manifestare il loro dissenso, venuti da tutto il centro-nord Italia.
Un grande successo per una città che conta solo 100.000 abitanti, e per una protesta che era partita da poche migliaia di persone.

E’ un vero peccato, oltre a una grave forma di disinformazione, che le televisioni non ne abbiano parlato il 2 sera e che soltanto alcuni giornali il giorno dopo ne abbiamo raccontato la cronaca.

Sara, studentessa che il 2 era a Vicenza a sfilare insieme a quei trentamila, racconta a Carta Vetrata: “
c’era tantissima gente, praticamente tutta la città era in piazza. Davanti all’aeroporto Dal Molin, dove dovrebbe sorgere la base, alle finestre di tutte le villette c’era una bandierina bianca con scritto “No Dal Molin”. Nel corteo c’era tantissima gente di Milano, di Trieste e di Firenze, anche un sacco di bambini con le famiglie. Fra gli slogan più efficaci scritti sugli striscioni c’era: “L’Italia non si U.S.A.”, e poi quello storico “via l’Italia dalla NATO via la NATO dall’Italia. Vicenza si sta dando da fare tantissimo, raccolgono firme, organizzano assemblee anche nei paesi vicini...”

Oltre a dichiarare il loro rifiuto alla guerra i manifestanti motivano il loro no all’arrivo degli americani con la questione ambientale, (l’impatto di una base così grande sarebbe certamente imponente per il territorio, con cementificazione, continui movimenti di mezzi militari), con la questione sociale (vivere a pochi passi da una base colma di materiali bellici e con oltre duemila soldati non è cosa da poco, e altri episodi in giro per l’Italia testimoniano che può diventare un serio problema per la società che vive lì).

Come sempre c’è anche chi si dissocia dalla protesta. Per lo più sono alcuni commercianti o persone che in qualche modo ricaverebbero profitto dall’arrivo degli yankee.
Una manifestazione di trentamila persone non è cosa da poco, e ci si chiede cosa farà ora il governo. Il ministro della Difesa Parisi e degli esteri D’Alema, hanno detto nelle settimane scorse che il progetto della base è “compatibile con le politiche di difesa del nostro paese”. Ma poi non si sono più pronunciati.

La cosa certa però, vada come vada, è che gli americani troveran-no a Vicenza una resistenza tenace e decisa, resistenza che abbiamo già visto nei mesi e negli anni scorsi più volte in Italia: c’è infatti un nuovo modo di fare politica in questo paese, che non avviene più solamente sotto le bandiere dei partiti, ma che parte dai cittadini singoli, riuniti in comitati ed associazioni.

Moltissime lotte sociali di questi “anni 2000”, in Italia, hanno la caratteristica di essere mobilitazioni di cittadini, rivolte locali, che rivendicano il diritto a decidere su cosa si debba fare del territorio in cui vivono rifiutando decisioni imposte dall’alto, dallo stato centrale.

E’ il caso di Scanzano Jonico, di Acerra, della val di Susa, del ponte di Messina, delle battaglie contro la privatizzazione degli acquedotti…

Le ultime notizie.
9 gennaio 2007.L'ambasciatore americano Ronald Spogli, in visita a Vicenza, viene fortemente contestato da alcune centinaia di manifestanti. La sua auto è stata bloccata, e la polizia ha caricato i manifestanti. Una persona è rimasta ferita.
L'ambasciatore era a Vicenza per una serie di incontri istituzionali, e probabilmente per tastare il terreno in vista della possibile costruzione della base.
15 gennaio 2007. La maggioranza al parlamento si divide sulla base di Vicenza: Prodi prende tempo e non dice nè si nè no, mentre dai vari partiti della coalizione di centrosinistra arrivano prese di posizione diverse e opposte. La sinistra radicale (rifondazione comunista, comunisti italiani e verdi)sono nettamente contro la costruzione della base USA, e hanno infatti condiviso fino ad ora le proteste svoltesi nella cittadina veneta, ma la parte più moderata della coalizione si dice invece a favore, affermando che dire no alla base sarebbe un atto anti-americano.
Mi chiedo: è un atto anti-americano rinunciare ad essere ancora una volta servi della nazione più potente del mondo, donandogli pezzi di territorio per azioni belliche che neanche condividiamo?
(Lor.Pas)

12 dicembre 2006

Le stragi di stato

[a breve verrà inserito l'articolo]

10 dicembre 2006

Cile: è morto Pinochet

Cile, 10 dicembre 2006. Il vecchio generale Pinochet è morto. Alcuni, quelli per cui la dittatura militare era giusta, quelli che non hanno mai voluto guardare in faccia il volto reale di quel regime, piangono. Ma tanta gente scende per le strade del Cile e festeggia. E’ pero un festeggiamento amaro perché Pinochet non ha scontato un solo giorno di galera per ciò che ha fatto e sono in tanti a non poter “festeggiare”, perché ammazzati dal suo regime.
Quella che vi racconto ora è la storia recente di una dittatura che ha colpito al cuore il Cile, paese dell’America latina stretto fra le Ande e il Pacifico e di una brutta storia di impunità.

1970, Cile.
Dopo una intensa campagna elettorale, il candidato socialista Salvador Allende, a capo del Fronte di Unidad Popolar, vince le elezioni andando alla guida del paese. E’ la prima volta nella storia che un governo socialista va al potere in modo democratico, senza servirsi di una rivoluzione.

(nella foto: Salvador Allende)

Una volta al potere avanza alcune riforme importanti: nazionalizza le miniere di rame (grande risorsa del paese), statalizza le banche private ed il commercio estero, dà impulso a una riforma agraria che favorisce forme collettive di produzione (in un paese dove il latifondo era ancora diffusissimo). Il governo Allende non ha però vita facile. Il Cile entra in una grave crisi economica, acutizzata dal blocco dei finanziamenti da parte delle banche private americane e dagli scioperi nel settore dei trasporti. Oggi sappiamo che il governo statunitense di Nixon fece di tutto perché il governo Allende cadesse, finanziando scioperi e preparando la strada a quella che sarà una delle dittature più feroci del XX secolo. Del resto non era accettabile per gli USA che uno stato dell’America del sud diventasse “comunista”!

Il sud America, parola di Nixon, doveva essere “il giardino di casa” degli Stati Uniti. Un territorio da usare quindi, da cui prendere le risorse senza problemi.

L’ 11 settembre 1973,
aerei delle forze armate bombardano “La Moneda”, il palazzo presidenziale. Colonne di carri armati occupano le strade della capitale, Santiago del Cile:è iniziato il golpe militare. Il presidente Allende , asserragliato all’interno del palazzo presidenziale si difende in armi assieme a un drappello di deputati e sostenitori, ma cade nella battaglia.
Prima di morire però, parla a radio Magellanes, i cui microfoni si trovano proprio dentro il palazzo. La sua voce viene ascoltata da migliaia di cileni, in tutto il paese. Quel discorso, disturbato dai rumori di fondo delle bombe, si concludeva così: “altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento”.

Poi tutto si spegne, la radio non trasmette più e il Cile piomba nel buio.
Nel primo giorno del golpe vengono fatti rastrellamenti in tutte le città del paese; le forze dell’ordine arrestano chiunque agli occhi del regime risulti “pericoloso”, dissidente.

Migliaia di persone vengono ammassate in caserme, palestre e stadi sportivi. Nello stadio di calcio di Santiago del Cile per esempio, vengono deportate circa settemila persone soltanto nei primi giorni della dittatura. Molte di queste saranno torturate e fucilate negli spogliatoi,nei sotterranei. E’ qui che muore Victor Jara, cantautore cileno autore di canzoni stupende come “Te recuerdo Amanda”, “A desalambrar!”, “Duerme negrito”: canzoni di rivolta, che cantavano di minatori sfruttati, che rivendicavano il bisogno di “terra per tutti” dei contadini miserabili, che cantavano le rivoluzioni in atto in altri paesi dell’America latina. Poesie di rivolta accompagnate dal semplice suono della chitarra. Cose che il regime non poteva accettare. E che quindi stroncò.

Anche Pablo Neruda, grande poeta, anche lui cileno, muore proprio a pochi giorni da quel tremendo 11 settembre, nella sua residenza di Isla Negra. Muore per un cancro, ma i militari fanno in tempo a perquisire più volte la sua casa, ed è famosa la frase che lui avrebbe detto rivolto a loro: “guardatevi intorno: c’è una sola forma di pericolo qui, per voi: la poesia ”. (Bellissimo a riguardo il film “Il postino”di Massimo Troisi, tratto dal romanzo di Skarmeta).

La dittatura militare, guidata dal generale Augusto Pinochet, durerà per diciassette anni.
Purtroppo ebbe un appoggio consistente da quella parte di società che aveva osteggiato Allende, da coloro che credevano realmente che fosse meglio la mano ferma dei militari piuttosto che un governo socialista, un governo “rosso”.

Ci furono però anche anti-comunisti che si diedero da fare clandestinamen-te per salvare dalla tortura e dall’uccisione molte persone. Quella era una dittatura feroce, dove si spariva dalla circolazione per le idee, per la propria attività politica, per le canzoni o i libri scritti, o soltanto per un sospetto. Dove le forze armate entravano di notte nelle case strappando dal sonno ragazzi e ragazze, uomini e donne, portandoli via per sempre dalle loro famiglie, dagli amici, dagli amori. Una dittatura durante la quale furono bruciati libri, uccisa ogni forma di arte, di pensiero libero, di stampa libera.

La libertà in Cile fu uccisa a fuoco lento, per 17 anni.

Ma per mantenere il consenso la dittatura dovette nascondere molto di ciò che faceva; non sarebbe durata così a lungo se avesse reso visibili i massacri che stava portando avanti.
Già, massacri.
Perché negli anni che vanno dal 1973 al 1990 in Cile sono morte migliaia di persone. Più di tremila…Molte di queste morti non venivano “ufficializzate”. In spagnolo “scomparso” si dice “desaparecido”: migliaia di desaparecidos popolarono il Cile, come anche l’Argentina, per quasi vent’anni. Persone che un giorno sono state portate via dalla polizia, arrestate, e sono sparite per sempre. Quanti familiari ed amici ne hanno chiesto notizie negli anni, fino alla pazzia, ricevendo sempre la stessa risposta: scomparsi, desaparecidos.

Oggi sappiamo con certezza che furono ammazzati, gettati nottetempo in fosse comuni, lontano dagli occhi di chi non voleva vedere, o di chi non immaginava il vero volto della dittatura militare.

C’è un libro stupendo, un romanzo, che racconta di tutto questo. Della dittatura, di come certa parte del popolo cileno ignorasse (o volesse non vedere) cosa stava accadendo, dei desaparecidos, e di un amore che nacque mentre tutto questo avveniva. Si chiama “D’amore e ombra”, ed è scritto da Isabel Allende, nipote di quel Salvador Allende ammazzato il primo giorno del golpe.

Furono tanti i cileni che scapparono dal loro paese con documenti falsi, ma molti di loro furono catturati dalla polizia degli stati confinanti come l’Argentina e la Bolivia, dove c’erano dittature militari spietate molto simili a quella cilena. Alcuni riuscirono a mettersi in salvo buttandosi dentro i muri di cinta delle ambasciate
europee, compresa quella italiana. Le ambasciate organizzavano, tra mille difficoltà, la loro fuga. Ed è in Italia che moltissimi cileni sono rimasti in esilio per tanti anni, ricevendo peraltro una solidarietà che non dimenticano. Ne è una prova il tributo che il famoso gruppo musicale cileno degli Inti Illimani, che per caso si trovava in Italia per una tournee il giorno del golpe, ha fatto al nostro paese col suo album “Viva Italia!”.

La DINA
Il regime di Pinochet si avvalse di una polizia segreta famigerata, che aveva il compito di assassinare uomini politici scomodi per la dittatura, anche all’estero: è il caso del democristiano cileno Leighton che stava preparando, dall’esilio, un piano di riscossa democratica per il suo paese.
Viene ammazzato a Roma nel 1974, in via Aurelia, da uomini italiani assoldati dalla DINA. Si trattava con molta probabilità di appartenenti al gruppo fascista Avanguardia Nazionale, il cui capo era Stefano Delle Chiaie, uomo peraltro legato anche a una parte dei servizi segreti italiani. Guarda caso questo stesso gruppo è autore di quella strategia della tensione che doveva portare anche l’Italia a una svolta autoritaria, compiendo stragi nelle piazze e sui treni.

1983: prove di rivoluzione
Nell’83 il Cile vive giorni di alta tensione, che accendono speranza in molti. Vengono coraggiosamente proclamate, una volta al mese, manifestazioni che chiedono il ritorno alla libertà.
La polizia risponde sempre coi fucili, e muore molta gente. Il mondo inorridito assiste alle scene di manifestazioni represse nel sangue, di blindati che sparano sui manifestanti colonne di acqua lercia con gli idranti. La repressione è sempre più forte, e chi aveva tentato di rialzare la testa viene irrimediabilmente schiacciato, di nuovo. Muore nuovamente il sogno di libertà.
Intanto nel paese sono nati clandestina-mente gruppi guerriglieri che cercano di contrapporsi alle forze dell’ordine: il 7 settembre del 1986 uno di questi, il Frente Patriotico Manuel Rodriguez, tenta un attentato a Pinochet. L’operazione si chiama “siglo vente” ed è raccontata in un libro bellissimo, “pallide bandiere” scritto da Paco Ignacio Taibo I, che la racconta in modo romanzato. I guerriglieri attaccano armati di bazooka il corteo presidenziale durante uno spostamento del generale, ma qualcosa va storto e l’agguato fallisce. Muoiono gli uomini della scorta. Pinochet non solo sopravvive ma ha la scusa per rinforzare ancor di più il suo potere, agitando lo spauracchio del “pericolo comunista” e convincendo tanti ben pensanti che sia meglio la dittatura di un paese libero. E la notte in Cile continua.

Poi, tutto questo è finito.
Dopo un referendum svoltosi nel 1988, per decidere se Pinochet dovesse rimanere o no al potere, e che ha deciso di NO, la sera dell’11 marzo 1990 si svolge la cerimonia di saluto del generale.

La dittatura, dopo diciassette anni, è finita.
Inizia il lungo e difficile periodo di transizione verso la democrazia piena, che non è certo facile riacquisire dopo quasi vent’anni di governo tenuto in piedi con il terrore, con la violenza.
E con la transizione iniziano anche i processi, i tentativi di smascheramento delle tante stragi compiute dai militari in tutti questi anni. Viene nominata una commissione di indagine sui delitti della dittatura, ma non è facile trovare giustizia in un paese dove le forze armate sono ancora molto potenti, dove chi ha commesso crimini può permettersi di fabbricare depistaggi e prove false per non essere accusato.

Nel 1991 esce fuori lo “scandalo” del cimitero di Santiago: si scopre che molte tombe contengono ciascuna i resti di due ed anche tre vittime della repressione. Augusto Pinochet risponde così alla scoperta: “avete visto come si economizzava!”.

Ma non solo nel cimitero di Santiago si scoprono i resti dei desaparecidos; in tutto il Cile sono tanti, tantissimi quelli che sono stati seppelliti nascostamente, per anni, e che lentamente vengono rinvenuti.

La democrazia cilena vive un giorno importante all’inizio del 2000, quando vince le elezioni il socialista Ricardo Lagos: dopo trent’anni esatti, i socialisti sono tornati al potere. Ma nel frattempo il mondo è cambiato, e la stessa idea di socialismo al potere è molto differente da quella praticata da Allende. L’economia del paese è stata trasformata nei quasi vent’anni di dittatura, non c’è più spazio per quegli ideali di giustizia sociale degli anni 70, di cui si era fatto promotore Allende. Il capitalismo americano regna ormai in tutto il mondo, e il nuovo socialismo è solo uno sbiadito ricordo di quello vecchio.

La cattura
Il 16 ottobre 1998, mentre si trova a Londra in un albergo, Pinochet riceve la visita di agenti di Scotland Yard che gli consegnano un mandato di cattura emesso dal giudice spagnolo Garzon. I motivi sono tanti, dall’abbattimento della democrazia cilena attraverso l’uso della forza alla responsabilità in decine di omicidi, e a quella di aver organizzato il “Plan Condor”.
Pinochet rimane per quasi un anno e mezzo agli arresti domiciliari a Londra, mentre si apre un lungo contenzioso su cosa si debba fare di lui: la Spagna in primis, ma anche la Francia, la Svizzera e il Belgio vogliono che venga estradato nei loro paesi, e lì giudicato per i crimini che ha commesso.

Ma il 2 marzo del 2000 arriva il colpo di scena: Pinochet, che ha 85 anni ma gode di buona salute viene giudicato “incapace di sostenere un processo” perché “presenta difficoltà nell’apprendere e non ricorda fatti recenti e del passato”.
Un infermo dunque, quasi un malato di mente, e in quanto tale non
processabile. Viene così liberato.
Un aereo delle forze armate cilene lo riporta in patria il 3 marzo del 2000, dopo varie deviazioni nei cieli del pianeta, per evitare di fare scalo in paesi che richiedono il suo arresto.

In Cile lo attendono all’aeroporto i militari, che lo accolgono come un eroe, e sulla pista dell’aeroporto si consuma la beffa: davanti alle telecamere di tutto il mondo Pinochet si alza dalla sedia a rotelle su cui fingeva di esser malato, e torna a essere sano.

Le ultime
Per tutti questi anni il Cile ha dovuto assistere al brutto spettacolo di un processo che non ha mai dato un verdetto finale, mai una formula di accusa.
Soltanto il 13 dicembre del 2004 la Corte Suprema di Santiago ha dato il via libera agli arresti domiciliari di Pinochet. Una svolta storica, per un paese dove l’influenza del generale era ancora forte. Recentemente però quell’arresto è stato sospeso per l’aggravarsi delle sue condizioni fisiche.

(nella foto: Pinochet nel 1973)

La prima donna al potere
All’inizio del gennaio 2006, un nuovo fatto storico si è consumato in Cile: la candidata socialista Michelle Bachelet ha vinto con un ampio margine le elezioni presidenziali, diventando così la prima presidentessa del Cile. Peraltro questa donna, che è stata imprigionata e torturata durante gli anni della dittatura di Augusto Pinochet prima di andare in esilio, diventa anche il simbolo di un riscatto, di una voglia di supera-re definitivamente il passato di sangue della dittatura fascista.
Molto altro c’è ancora da dire sul Cile, sui problemi di politica interna, della povertà, degli indigeni Mapuche che rivendicano maggiori diritti, delle lotte sociali. Tutto questo avrà spazio in un altro articolo.

Prima di chiudere però, è importante una nota: il golpe militare di Pinochet in Cile è stato parte di un quadro più vasto, che ha visto la nascita negli anni 70 di dittature militari in molti altri paesi del sud America fra cui Argentina, Brasile e Bolivia. Questo piano, chiamato “Piano Condor”, prevedeva di eliminare tutti gli oppositori politici con operazioni congiunte dei servizi segreti. L’appoggio operativo, politico ed economico a questo piano terroristico era dato dalla Cia, cioè i servizi segreti americani.
Ecco perciò il motivo per cui risulta strano conoscendo questi fatti STORICI l’intento attuale degli Usa di Bush di “esportare democrazia” nel mondo con la loro guerra al terrorismo. Come si può credere a un paese che ha finanziato dittature sanguinarie per il solo scopo di continuare ad avere il controllo economico di certe zone, quando ci dice che lo scopo delle sue guerre è di lottare contro il terrorismo per il bene dell’umanità? Quello attuato in Cile, in Argentina, in Nicaragua eccetera, fu terrorismo.

Lorenzo Pasqualini